«Mi vergognavo di essere svizzero»

Fila di stagionali a Buchs (SG) in attesa della visita sanitaria (marzo 1991)

Vasco Pedrina

I vecchi militanti dell’immigrazione italiana sono indignati: non capiscono come in Svizzera si possa parlare di reintrodurre lo statuto dello stagionale. Lo hanno confidato a Vasco Pedrina, che hanno incontrato sabato scorso a Berna alla manifestazione contro l’iniziativa Ecopop in votazione il 30 novembre. L’ex copresidente di Unia ha lottato con loro per anni per abolire questo discriminante permesso di lavoro. È stato un compito che ha richiesto tempo e determinazione come ci spiega Pedrina in questa intervista.

Quando ha conosciuto i primi stagionali?

Quando ero bambino. Negli anni’50 gli stagionali italiani erano giunti ad Airolo per costruire due dighe. La sera, finito il lavoro, venivano a fare acquisti nel nostro negozio e quando non c’era più pane bianco si rifiutavano di prendere quello nero: gli ricordava troppo la guerra. Poi li rincontravo la domenica dopo la messa: con noi bambini erano molto gentili. Con uno di loro il legame è durato più di 30 anni. L’ho, infatti, rincontrato quando ero sindacalista del SEL (Sindacato edilizia e legno). Era ancora uno stagionale ed era fiero che fossi io a rappresentarlo.

Ma prima vi sono stati gli anni dell’università?

A Friburgo, dove studiavo, sono entrato in contatto con il mondo dell’immigrazione. Agli inizi degli anni ’70 ho partecipato alla fondazione delle locali Colonie libere italiane.

Ha scoperto un nuovo mondo?

Ho scoperto che essere stagionale vuol dire vivere in baracche, percepire salari bassi, essere discriminato e non poter portare la famiglia. Quando ero bambino, gli stagionali vivevano in vecchie case abbandonate ai margini del paese. A Friburgo e a Berna alloggiavano in baracche costruite in periferia o vicino ai grandi cantieri. Questi operai vivevano in camerate con sei o più letti. I servizi erano insufficienti e poco igienici. Vi era molta promiscuità.

La gente se ne lamentava?

Molti erano giovani e nei primi anni non facevano grandi storie. C’era però chi si indignava e voleva migliorare la situazione. Noi, studenti sessantottini che volevano cambiare il mondo, operavamo in contatto con attivisti formatisi alle lotte in Italia o nella Spagna di Franco. Insieme cercavamo di rispondere alle esigenze individuali per conquistare la fiducia di questi lavoratori e poi motivarli a integrarsi nel sindacato e a condurre battaglie collettive per migliorare la situazione.

Erano gli anni dell’iniziativa «Essere solidali»?

Effettivamente negli anni ’70 è stata lanciata questa iniziativa. L’obiettivo era di sopprimere lo statuto dello stagionale. Io ho partecipato attivamente a questa battaglia, culminata nel 1980 nella prima grande manifestazione del SEL per l’abolizione di questo statuto. La votazione è avvenuta nell’aprile del 1981 e la sconfitta è stata cocente: i sì sono stati solo il 16%. Per noi tutti è stato uno choc.

Per diversi anni, il tema quindi è finito in un cassetto?

A ritirarlo fuori
siamo stati noi nel
1988. Pochi mesi
prima i dirigenti dell’immigrazione
al SEL mi avevano
chiesto di rappre-
sentarli nel diret-
tivo del sindacato.
Il SEL da anni chie-
deva l’abolizione
dello statuto dello stagionale e c’era chi voleva rilanciare le vecchie battaglie.

Da dove ha cominciato?

Con mia grande sorpresa ho costatato che dopo la votazione del 1981, alcune regole legali di questo statuto erano state addirittura peggiorate, rendendo quindi ancora più difficile passare da stagionale ad annuale. Poi alla frontiera a Buchs (SG) ho visto per la prima volta gli stagionali quando giungevano alla frontiera: nei pressi della stazione c’erano all’aperto colonne di persone a torso nudo in attesa di fare la radiografia ai polmoni. Era un trattamento degradante. Mi vergognavo di essere svizzero e provavo molta rabbia. Le immagini delle baracche e delle visite sanitarie mi sono rimaste impresse e mi hanno portato a lottare per decenni. Volevo che questa situazione finisse.

Gli svizzeri non erano consapevoli di questa situazione?

Una parte non lo sapeva. Un’altra chiudeva gli occhi. C’era poi anche una componente egoistica che non riguardava solo il padronato: gli svizzeri avevano delegato i lavori pesanti agli stranieri e occupavano così posizioni più di prestigio.

Quali sono state le prime battaglie?

La sconfitta dell’iniziativa «Essere solidali« mi aveva insegnato che certo si dovevano denunciare le situazioni disumane e antisociali, ma questo non sarebbe bastato per far saltare questo statuto. Nel 1988 abbiamo allora sviluppato un’argomentazione economica che giustificasse l’interesse di abolirlo. Lo statuto dello stagionale da un punto di vista economico aveva favorito rami economici allora a bassa produttività (edilizia, artigianato, ristorazione e settore alberghiero). Da un nostro studio è emerso che per questi rami col tempo questo statuto frenava l’innovazione. Ostacolava inoltre per l’industria d’esportazione il ricorso a mano d’opera qualificata. Una parte del padronato cominciava a spazientirsi. All’Ufficio federale del lavoro di allora questi argomenti economici contavano più di quelli sulla dignità degli emigrati!

Contemporaneamente l’Unione europea bussava alle porte.

Effettivamente nel gennaio del 1989 vi è stato il discorso di Jacques Delors, presidente della Commissione europea: proponeva ai Paesi dell’EFTA, e quindi anche alla Svizzera, un accordo su uno Spazio economico europeo. Abbiamo deciso di saltare sul carro.

Vi avete visto una possibilità di migliorare la situazione?

Il SEL aveva allora ottimi contatti con le ambasciate e quando Felipe González, allora presidente dell’Unione europea (UE), era venuto in visita in Svizzera lo avevamo incontrato, ciò che aveva fatto molto scalpore. Poi abbiamo avuto contatti con il presidente del governo italiano Giulio Andreotti e con il presidente portoghese Mario Soares. Con loro abbiamo insistito sulla necessità prima di migliorare lo statuto dello stagionale e poi di farlo sopprimere. L’accento è stato posto sulla visita sanitaria. Rapidamente abbiamo avuto incontri con l’Ufficio federale del lavoro e con quello della sanità. Abbiamo proposto di fare le visite sanitarie da un medico di fiducia. Questa nostra capacità di formulare alternative facilitava la trattativa. Tutto questo è culminato nell’autunno del 1990 nella seconda grande manifestazione contro lo statuto degli stagionali. Col tempo abbiamo ottenuto diversi miglioramenti e nella primavera del 1992 l’abolizione della visita sanitaria alla frontiera, una vittoria allora di grande significato simbolico.

Questo è avvenuto a livello politico. E a livello contrattuale?

A Zurigo un gruppo d’impiegati tecnici ha realizzato per noi un’inchiesta sulla situazione nelle baracche. Dai risultati di questa indagine abbiamo formulato le nostre rivendicazioni contrattuali. Siamo così riusciti a migliorare sensibilmente il regolamento sugli alloggi affinché col tempo tutti potessero disporre di una propria stanza. Poi è stato sostanzialmente rivisto il sistema salariale e ciò ha permesso di far riconoscere le qualifiche e di motivare i lavoratori a seguire corsi professionali. Senza le discussioni sullo SEE non penso che avremmo ottenuto così rapidamente questi risultati.

Avete tematizzato anche la vicenda dei bambini clandestini.

La condizione di cui si lamentavano di più gli stagionali era la lontananza dai figli. All’inizio degli anni ’90 abbiamo condotto un’inchiesta dalla quale è risultato che migliaia di bimbi vivevano clandestinamente in Svizzera. Abbiamo quindi avviato una campagna affinché potessero andare a scuola. Con mia grande sorpresa, il discorso è stato rapidamente recepito. Il clima stava cambiando e il Paese si stava aprendo all’Europa. Si dovrà comunque attendere fino al 2002 con i Bilaterali per far radiare lo statuto dello stagionale.

Adesso si parla di reintrodurlo.

Negli ultimi anni con l’avanzata dell’UDC e di altre forze di destra il principio della solidarietà è stato rimesso in discussione: diminuisce la sensibilità per i diritti umani e sociali. I diritti dei lavoratori fanno parte dei diritti umani, ma costato che purtroppo ciò non è più evidente per le classi dirigenti e per larghe fasce della popolazione. Adesso l’UDC ha deciso di lanciare un’iniziativa per rimettere in causa la difesa di questi diritti. Venti anni fa questo non sarebbe stato possibile.

Si ritornerà allo statuto dello stagionale?

Spero veramente di no. Ma se il 30 novembre dovesse passare l’iniziativa Ecopop, allora temo proprio di sì. Se si reintroducono i contingenti è praticamente impossibile che non si ritorni allo statuto degli stagionali. Con tutte le forze dobbiamo impegnarci perché Ecopop non passi, perché arretreremmo in termine di diritti e di rispetto della dignità di chi lavora di vari decenni.