«Non ci porta alla meta»

«Non se ne parla di un aumento dell’età di pensionamento delle donne». Corinne Schärer boccia categoricamente questo provvedimento, contenuto nella riforma «Previdenza 2020», presentata recentemente dal Governo. La dirigente di Unia responsabile del settore donne sa di rappresentare l’opinione delle affiliate al sindacato. Per questo prepara la resistenza.

Le lavoratrici, in particolare quelle che percepiscono salari bassi, non hanno ancora completamente digerito l’innalzamento dell’età di pensionamento da 62 a 64 anni, deciso con la decima revisione dell’AVS. L’avevano accettato sperando tra l’altro che servisse a fare passi avanti nella lunga marcia verso la parità salariale, un diritto sancito per legge e prima ancora nella costituzione.

La differenza e ancora 18,9%

I fatti parlano diversamente. Nel 2012, lo scarto in busta paga tra lavoratrice e lavoratore era ancora del 18,9%, ciò che corrisponde ad una media di 677 franchi mensili. «Prima di parlare di età uguale di pensionamento, dobbiamo far avanzare la parità salariale», afferma la segretaria centrale di Unia. Il suo interesse per il momento non è quindi rivolto alla riforma presentata dal consigliere federale Alain Berset, ma a quella annunciata dalla consigliera federale Simonetta Sommaruga: vuole che i datori di lavoro che impiegano più di 50 collaboratori effettuino periodicamente un’analisti dei salari sotto l’ottica della parità. È la sua risposta al fallimento del precedente sistema attuato su base volontaria. Per la sindacalista di Unia la decisione della responsabile del Dipartimento di giustizia e polizia è un passo positivo, ma insufficiente, perché in caso di infrazioni non sono previste sanzioni.

Oltre il 50% lavora a tempo parziale

Ma non è solo una questione di parità a far dire no al pensionamento a 65 anni. In Svizzera sono tante le donne che lavorano, ma la maggior parte non lo fa a tempo pieno. Oltre la metà esercita un’attività a tempo parziale, cosa che fa solo un uomo su sette. E come indica lo stesso Ufficio federale di statistica «un impiego a tempo parziale implica spesso condizioni di lavoro precarie, prestazioni sociali più scarse (ad esempio per la cassa pensioni) e minori possibilità di perfezionamento e di carriera».

Più contributi da pagare

E, aggiunge Schärer, molte donne in particolare quelle affiliate a Unia, che lavorano nella vendita o nella ristorazione percepiscono in più salari bassi. Per loro la «riforma previdenziale annunciata apporta poco o niente». Il governo vuole sopprimere la deduzione di coordinamento per permettere a tutte le lavoratrici di assicurarsi al secondo pilastro, mentre attualmente ne è escluso chi guadagna meno di 20'000 franchi l’anno. «Concretamente per molte lavoratrici questo significa che dovranno pagare più contributi», ma non per questo riceveranno una rendita migliore. In sintesi per loro il cambiamento implicherebbe un taglio salariale per tutta la vita senza contropartita.

Meglio rinforzare l’AVS

«Non è questa la riforma che vogliamo», afferma la sindacalista. Auspica piuttosto un rafforzamento delle rendite del primo pilastro, come proposto dall’iniziativa AVS Plus lanciata con successo dai sindacati e ben sostenuta da Unia. Anche per questo, il sindacato sta adesso preparando la resistenza al progetto «Previdenza 2020». Le donne vogliono riportare in piazza il tema della disparità salariale. «Stiamo lavorando in cooperazione con organizzazioni femminili e con vari partiti per una manifestazione: si terrà il 7 marzo prossimo», aggiunge Schärer. È fiduciosa di essere ascoltata anche dalle giovani leve: «Molte più donne si formano e lavorano. Quando arriva il primo figlio si rendono conto che la parità è lungi dall’essere raggiunta», afferma. Per le donne di Unia l’appuntamento sarà l’occasione per dire no all’aumento dell’età di pensionamento e per difendere l’AVS e le sue rendite.