Giovani e senza protezione

La veglia dei giovani socialisti e di Unia sulla piazza federale non è servita a niente. Il Consiglio degli Stati non ha mostrato né la capacità, né il coraggio di assumere una reale rappresentanza degli interessi veri dei giovani, che sono il diritto ad essere protetti contro lo sfruttamento e contro i danni alla loro salute.

27 “senatori” contro 11 hanno deciso che apprendisti, scolari, studenti ed altri giovani lavoratori possono essere sfruttati per il lavoro domenicale e notturno a partire dai 18 anni d’età e non più, come finora, dai 19 o, per gli apprendisti, dai 20 anni d’età. Vengono a cadere anche altre limitazioni relative alle ore supplementari ed alle attività pericolose. Per il momento la decisione è provvisoria, poiché la relativa modifica della legge federale sul lavoro dovrà ancora essere discussa in Consiglio nazionale, dove si può sperare che i giovani incontrino maggiore sensibilità ed attenzione alle loro esigenze. In ogni caso, c’è sempre l’arma del referendum popolare che potrà essere impugnata.

 

Il punto di partenza sono state, per il Consiglio federale, le revisioni nel 1998 e nel 2000 della legge sul lavoro e delle relative ordinanze. In quell’occasione s’era fatta strada la convinzione che sarebbe stato opportuno riunire le disposizioni concernenti la protezione dei giovani in un’ordinanza specifica; e con argomentazioni non sempre perfettamente motivate dai punti di vista giuridico e sociale, si è lasciato ampio spazio alle pretese dell’economia. Così, nella procedura di consultazione svoltasi nel corso del 2002, la maggioranza dei cantoni, dei partiti, delle associazioni mantello dell’economia e di una vasta cerchia di organizzazioni ed associazioni interessate, ha preteso o approvato che l’età limite di protezione venisse abbassata dagli attuali 19-20 ai 18 anni.

 

Quale motivazione principale è stato addotto il fatto che il limite di 18 anni coincide con la maggiore età civile (abbassata da 20 a 18 anni nel 1996) e corrisponde al limite d’età previsto dal diritto internazionale, e in particolare dal diritto europeo, per la protezione dei giovani. Ma le spiegazioni razionali si fermano qui. Il resto è fatto di giustificazioni più o meno arbitrarie e, soprattutto, contraddittorie. Nel relativo messaggio il governo (o meglio, l’amministrazione federale che per esso ha redatto il documento) offre più di un esempio d’incoerenza logica. Da un lato si riconosce che la protezione accordata ai giovani lavoratori è giustificata dal fatto che essi «si trovano in una fase delicata dello sviluppo, sia dal punto di vista psichico sia sotto il profilo fisico». Lo sviluppo psicofisico viene considerato ultimato a 16 anni per le ragazze ed a 18 anni per i ragazzi. Ma subito dopo si aggiunge che «sono ovviamente possibili variazioni individuali verso l’alto o verso il basso», ammettendo così che di fatto ci possono essere ultradiciottenni ancora bisognosi di protezione.

 

Altra “perla”: rifacendosi ad alcuni studi appositamente commissionati sulla salute e gli stili di vita degli adolescenti tra i 16 e i 20 anni in Svizzera, nel messaggio si afferma che «il 10 per cento delle ragazze ed il 5 per cento dei ragazzi interrogati soffrono di stati depressivi e presentano sintomi corrispondenti (…) I giovani in formazione duale [teorica e pratica, gli apprendisti, insomma, ndr] sono esposti a maggiori pressioni psichiche e sulla salute rispetto ai loro coetanei che frequentano una scuola media superiore. Un quinto degli apprendisti intervistati si sente esposto in misura significativa a fattori di stress quali i ritmi di lavoro, l’essere interrotto o disturbato durante l’attività lavorativa o un’elevata responsabilità professionale». E dopo aver detto questo, qual è la conclusione? (Udite, udite!) «La maggior parte dei problemi descritti è di natura sociale. Tali problemi non sono quindi dovuti specificamente al lavoro e sono pertanto irrilevanti ai fini dell’abbassamento dell’età di protezione dei giovani nella legge sul lavoro».

 

La sinistra, una parte dei democristiani, i sindacati, i movimenti giovanili, le chiese e la conferenza dei direttori della pubblica educazione non la pensano, però, come il Consiglio federale, la destra borghese e l’economia. Invano hanno fatto presente che la legge sul lavoro non deve diventare «un cantiere permanente». Essi sostengono inoltre che sussistono reali carenze di protezione dei giovani lavoratori, e che semmai la legge andrebbe riformata nel senso di rafforzare tale protezione. Tant’è vero che la legge svizzera sul lavoro è già la più flessibile d’Europa: il limite di 18 anni fissato nella normativa europea, come i limiti più bassi di cui si parla nella Convenzione internazionale dell’Organizzazione mondiale del lavoro, sono appunto limiti minimi di protezione da non superare verso il basso, e non garanzie di flessibilità da non superare verso l’alto. Sostenere il contrario è giuridicamente sbagliato e moralmente scorretto.