I contratti e i bilaterali - intervista con Vasco Pedrina

Sabato a Zurigo i delegati alla conferenza professionale dell’edilizia di Unia hanno approvato a maggioranza l’accordo siglato due settimane fa da sindacati e padronato sul rinnovo del Contratto nazionale mantello dell’edilizia e del genio civile (Cnm). Assieme ad altri rinnovi contrattuali, l’intesa ha portato definitivamente Unia nel campo del “sì” ai bilaterali bis.

Area ha incontrato Vasco Pedrina alla vigilia della conferenza professionale dell’edilizia. Con il co-presidente di Unia abbiamo fatto il punto della politica contrattuale condotta dal sindacato in un contesto politico già marcato dal voto del prossimo 25 settembre sull’estensione della libera circolazione.

 

Vasco Pedrina, concludendo rapidamente le trattative sul rinnovo del Cnm, Unia ha voluto scongiurare il pericolo che si giungesse al voto sull’estensione della libera circolazione in una situazione di vuoto contrattuale. L’impressione è che le rivendicazioni degli edili siano state sacrificate sull’altare di un’interesse superiore.

È vero il contrario. La scadenza del 25 settembre, essenziale per l’economia svizzera, ci ha permesso – unitamente alla mobilitazione dei lavoratori edili – di esercitare una forte pressione a livello politico: il padronato ha dovuto desistere dal portare a termine lo smantellamento del contratto contenuto nelle sue proposte iniziali. Con tali presupposti e con una forte offensiva padronale in atto in tutti i settori, essere riusciti a mantenere le conquiste sancite dal Cnm e ad ottenere un sostanzioso aumento salariale è un risultato che può soddisfare. Non è un rinnovo al ribasso. Sin dall’inizio era chiaro che in un tale contesto non si poteva ipotizzare un grosso passo avanti, come successo tre anni fa con il prepensionamento. Bisognava preservare le conquiste del Cnm: ci siamo riusciti.

 

Negli ultimi mesi i vertici di Unia hanno lanciato messaggi contraddittori, ad esempio proclamando lo sciopero degli edili e poi facendo rientrare la minaccia in poco tempo. Non pensa che la base si possa sentire disorientata?

A livello di direzione abbiamo avuto una linea chiara, sia per quel che riguarda l’obiettivo (preservare le conquiste del Cnm) sia per quanto concerne il metodo (una combinazione di mobilitazione e pressione politica sul padronato). Sin dall’inizio abbiamo detto che volevamo condurre in porto il rinnovo del Cnm prima dell’estate per non condizionare negativamente il voto del 25 settembre. Unia ha sempre affermato che sull’estensione della libera circolazione avrebbe potuto condurre una campagna attiva solo se i cantieri aperti a livello contrattuale si fossero chiusi in maniera positiva. È ciò che è successo: nell’edilizia principale, ma anche nei settori della pittura e del gesso, delle falegnamerie e della ristorazione-albergheria. Oggi dobbiamo riconoscerlo: abbiamo ottenuto quanto volevamo. E in tempi utili per poter condurre una campagna attiva in vista del voto sulla libera circolazione.

 

In Ticino questa strategia sindacale agganciata ai bilaterali bis è stata fortemente contestata.

Sì, perciò è comprensibile la delusione attuale. Le divergenze riguardavano la strategia e l’obiettivo: noi eravamo per una costruzione rapida della mobilitazione e di una minaccia credibile di sciopero, in modo da concludere entro l’estate un rinnovo che preservasse le conquiste contrattuali; in Ticino si voleva ignorare la pressione politica legata alla libera circolazione e costruire la mobilitazione progressivamente, sull’arco di un anno, con la speranza di ottenere dei miglioramenti del contratto. A mio avviso questa strategia – nella quale non rientrava la pressione politica – non avrebbe portato a un risultato migliore. Per di più sarebbe costata cara a Unia. Avrebbe condotto a una spaccatura in seno al sindacato tra settore d’esportazione ed economia interna, tra lavoratori immigrati e svizzeri. Inoltre, il sindacato sarebbe stato additato quale principale responsabile del fallimento degli accordi bilaterali. Un “no” alla libera circolazione avrebbe conseguenze molto gravi per l’economia nazionale e per i suoi posti di lavoro: la responsabilità di farli saltare la può assumere, oltre alla destra populista, solo un piccolo partito di estrema sinistra come l’Mps [Movimento per il socialismo, al quale sono legati alcuni quadri e funzionari di Unia Ticino e Moesa, ndr], non il più grande sindacato del paese.

 

Su temi così cruciali, Unia può permettersi di avere delle regioni che mettono in atto strategie relativamente autonome, a volte prendendo posizione pubblicamente contro la linea decisa dalla centrale?

Sarebbe meglio se in un’organizzazione nazionale tutte le componenti si attenessero all’orientamento difeso da una maggioranza. Però siamo un sindacato molto grande, con diverse sensibilità: è normale che tali sensibilità si esprimano. Questa situazione presenta degli svantaggi e dei vantaggi. In alcune occasioni paghiamo il prezzo di non avere una linea univoca agli occhi dell’opinione pubblica. D’altro canto riusciamo in questo modo a coprire una realtà più ampia delle forze sociali che rappresentiamo. Inoltre, la pressione che esercita una componente combattiva come quella ticinese sull’organizzazione nazionale è positiva. È anche grazie alla regione ticinese se – malgrado la volontà di deregolamentazione manifestata dal padronato – siamo riusciti a trovare anche su orari di lavoro e lavoro al sabato un’intesa che ci consente di continuare a guardare in faccia i lavoratori edili.

 

Lei parla di risultato positivo nei settori della pittura, del gesso e delle falegnamerie, però la vostra principale rivendicazione – il prepensionamento – non è passata. Non avete sopravvalutato sia le vostre capacità, sia la disponibilità allo sciopero in settori caratterizzati da una miriade di piccole imprese dove i lavoratori spesso lavorano assieme a “padroni” con i quali una parte di loro si identifica?

No, non abbiamo sopravvalutato la capacità di mobilitazione. Al contrario. Siamo rimasti sorpresi che in un settore [pittura e gesso, ndr] che non conosceva scioperi dall’inizio degli anni ’70 siamo riusciti a costruire in poco tempo un reale movimento di lotta. Un movimento la cui forza, relativamente alle dimensioni e all’importanza economica del settore, era quasi paragonabile a quella che nel 2002 aveva permesso di ottenere il prepensionamento nell’edilizia principale. Per contro, abbiamo sottovalutato un’altra cosa: la reazione del padronato dopo la strepitosa vittoria – in controtendenza rispetto allo smantellamento sociale in atto – sul prepensionamento nell’edilizia. Il padronato è rimasto scioccato. E per la prima volta ha fatto quadrato contro di noi, costi quel che costi: impresari pittori e gessatori, falegnami, carpentieri, ecc..., assieme alla direzione dell’Unione svizzera delle arti e mestieri, hanno sviluppato una strategia di contenimento che li ha portati, ad esempio nel settore della pittura e del gesso, a condurre una politica che non aveva più nulla di razionale. Noi [l’ex Sei, ndr] abbiamo forse sottovalutato questa reazione, anche perché negli ultimi anni eravamo abituati a vincere. Sul prepensionamento abbiamo subito una battuta d’arresto, ma non direi che la mobilitazione nei settori della pittura, del gesso e del legno non ha pagato: siamo comunque riusciti ad evitare peggioramenti dei Ccl, ad ottenere sensibili aumenti salariali, ma soprattutto a rafforzarci, sia estendendo la rete di fiduciari sindacali in seno alle imprese, sia aumentando sensibilmente il numero degli iscritti (20 per cento in più in alcune sezioni). Si tratta di un capitale per il futuro, che faremo fruttare al prossimo rinnovo contrattuale tra due anni quando torneremo alla carica sul prepensionamento.

 

Gianfranco Helbling e Stefano Guerra